Ester Campese, in arte Campey, si distingue sempre per talento e genio nella pittura contemporanea, e si colloca inevitabilmente in ambiti di rilievo nella cultura del nostro Paese. 

Di recente la pittrice è stata una delle apprezzate protagoniste dell’esposizione di una mostra a Palazzo Morando di Milano in occasione dei 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci, e la Campese riassume in questa intervista tutto il suo amore per l’arte e la grande motivazione che mette nel suo lavoro.

 

Ester quale è il bilancio della esposizione della tua opera a Palazzo Morando?

Sono stata felicissima di partecipare a questa iniziativa, che fra l’altro ha avuto anche molta risonanza mediatica, ma cosa più importante è che ho contezza di aver potuto partecipare e prendere parte ad un progetto valido e serissimo che porta beneficio su più fronti e che rientra in una cornice di reinserimento di persone nella società. Questa iniziativa, fin dalle prime battute, mi ha regalato tante emozioni. So che sull’abito esposto a Palazzo Morando, in cui è stato incastonato il mio dipinto, ci sono tante mani ed anche le mie. Questo mi ha fatto sentire una sorta di vicinanza umana, come se ci potessimo stingere e tenere mani nelle mani nel divenire, nell’avanzare del progetto. Queste sono le cose che sanno di buono e che ti fanno stare bene. Per rispondere alla tua domanda il bilancio, sopratutto umano, è senza dubbio più che positivo, dove sento di aver ricevuto molto più di ciò che ho donato.
Come hai fatto ad approcciare in maniera pertinente al genio di Leonardo con la tua “donna vitruviana”?
Diciamo che mi ha sempre incuriosito l’esplorazione verso più aspetti delle arti e della scienza. Le molteplici capacità così egregiamente espresse e concentrate dalla personalità unica e geniale come quella che fu di Leonardo non poteva che entusiasmarmi. Il mio approccio è stato di molto rispetto e la figura dell’uomo Vitruviano in particolare, che mi ha sempre affascinato, l’ho voluta reinterpretare ovviamente a modo mio, traducendo l’opera originaria in una versione femminile, essendo da molti definita come la “pittrice delle donne”.
Questo tipo di evento è insolito per la tua carriera.
In realtà non è insolito che partecipi a iniziative solidali. Le valuto molto accuratamente prima di scegliere di aderire e sono sempre stata molto attenta al sociale sentendo come un dover il fare o almeno parlare di temi che spesso non trovano sostegno e talvolta nemmeno voce. Penso che l’arte sia un mezzo semplice per raggiungere molti, perché linguaggio universale e figurato, e dunque immediato, che possa e debba anche promuovere e contribuire alle cause sociali. Quando posso lo faccio con grande gioia.
Cosa ha lasciato a te una tale iniziativa con un così rilevante impatto sociale?
Il senso di aver fatto qualcosa di giusto, anche se può apparire una piccola goccia, un piccolo gesto, ma almeno che questo gesto ci sia. La società siamo noi è composta da ogni singola persona, non è qualcosa di astratto “di altro”. Attraverso dunque ognuno di noi, anche con piccole azioni, piccoli segnali di “civiltà” di generosità, di accoglienza, si possono recuperare valori spesso considerati passati di moda. Reputo invece che proprio in questo tempo attuale ed in questa società che sembra talvolta andare alla deriva, non solo questo valori non sono passati di moda ma vanno recuperati e sono quanto mai necessari.
A quale altro progetto ti stai dedicando?
Ecco questa è una bella domanda che mi regala un sorriso. Ho sempre “in pentola” molte attività essendo di carattere vulcanica. Un progetto che mi sta a cuore in effetti c’è, ma non voglio svelare troppo adesso. Anticipo solo che è partito quasi per gioco, ma nemmeno poi tanto, da una trasmissione televisiva cui ho partecipato e per la quale si doveva offrire agli ospiti un piccolo cadeaux. Ho subito pensato di produrre un regalino artistico con le mie mani, diciamo così un dono “flessibile” e applicabile in molteplici varianti. Ne ho parlato con un amico “saggio” et voilà…è nato un nuovo progetto. Che dire di più? Seguiteci. 
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