Siamo nel bel mezzo di un secondo lockdown per via della pandemia mondiale di covid-19 ma, dopo un anno, raccogliamo i frutti di una nuova nascita artistica e questo lo dobbiamo come e’ sempre accaduto nei secoli precedenti alla “resilienza” degli artisti al dolore.

L’arte nasce da un bisogno innato in ognuno di noi (nel proprio settore) di reagire con concretezza a ciò che non accettiamo e per quanto riguarda la pittura in generale nel corso della storia dell’arte fino a quella contemporanea abbiamo visto trascinare, sfogare il dolore su tela che, oggi come paradosso, si è trasformato nelle più grandi opere lasciateci dai nostri precursori.
È successo nel periodo blu di Vincent Van Gogh in cui rappresentava quadri macabri con soggetti e scene rappresentanti la povertà nella società, l’abbiamo visto nell’immensa Frida Kahlo costretta a letto con uno specchio montato appositamente per autoritrarre il suo volto a volte trasfigurato e a volte perché era “l’unica cosa che conoscesse al meglio” oltre al dolore martoriante di un corpo straziato da tanti incidenti.
L’abbiamo visto in Edward Munch dove il suo celebre “Urlo” rappresenta il grido cosmico di qualcosa di assordante che prova il soggetto in questione nel disorientamento più assoluto verso ciò che sta succedendo nella propria societa’ in un’epoca di smarrimento proprio come quella di oggi.
Non vi è differenza se non storica tra gli artisti che ci hanno preceduto e quelli odierni, il talento e la voglia di esprimersi non ha cognizione di tempo e ci si adatta ad ogni circostanza e forse in questo momento più che mai l’arte in qualche modo viene richiesta proprio perché regala un valore aggiunto capace di far sognare e finalmente abbiamo visto gente in fila per la riapertura dei musei, ma anche sfilate adattarsi a delle semplici scale mobili con tanto di stanziamento, dall’arte virtuale a vere e proprie opere d’arte pittoriche e musicali che rappresentano bene questa pandemia.
Mi ha colpito in particolare l’opera murales eseguita da un pittore brasiliano di nome Kobra in cui rappresenta 5 bimbi in preghiera con Dio ma ognuno con la propria religione con il proprio credo ma con un unico scopo sconfiggere questo male oscuro.
Anche la musica ha dato un enorme contributo a scacciare la paura del covid-19 ad esempio una preghiera scritta in un momento difficile nello scorso lockdown è diventata un grandissimo successo a livello musicale e planetario scritta dal rapper Master KG che da mesi fa ballare tutto il mondo con la canzone “Jerusalema”  diventata la colonna sonora simbolo contro questa brutta malattia e, come si è visto, ha commosso il mondo intero tanto che tutti i reparti più disparati, dalla medicina, all’aeronautica,  alle forze dell’ordine e ad altre realtà continuano a ballarla provando a scacciare e sono sicuro riuscendoci questo male oscuro dal mondo.
Daniele Pacchiarotti 
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